Carisbo  prosegue, coerente con la volontà di dedicare al nostro territorio libri che ne sottolineino le peculiarità antropologiche, artistiche, letterarie ed anche culinarie, con la pubblicazione di "Benéssum" di Andrea Mingardi
La chiusura di questo millennio così auspicata o paventata accresce la voglia di ritrovare le nostre radici. La bellezza, il colore, la capacità di humour del nostro dialetto sono caratteri imperdibili non solo per questioni affettive ma proprio per il valore assoluto che rappresentano.
La mia provenienza "reggiana" e il felice approdo bolognese hanno fatto sì che la cultura delle differenze, senza nulla togliere agli altri modi, mi facesse abbracciare il vernacolo petroniano per scelta amorosa e non per mera appartenenza. Mi piace il mondo sgangherato che rappresenta e la vis comica che, esprimendosi, sorride per prima di se stessa.
Questa mia breve presentazione istituzionale termina con il piacere di introdurre contributi di prestigiosi uomini di cultura e grandi personalità legate da sempre alla nostra storia padana. Mi prendo il privilegio di svestirmi, per primo, dei paludamenti ufficiali e, "inter pares", dare un segnale di terra e appartenenza.
Ho scelto una storiella semplice per dichiarare questo mio affetto sconfinato per la parlata e un malcelato desiderio di ingenuità contadina, ben nascosta dentro di noi, ma forse mai perduta.

- Due bolognesi d.o.c. stanno discutendo su un weekend da fare all'estero. Uno propone:
«Andàn a Londra sàbet e dmandga, an l'ho mai véssta! Csa dit te?».
«A Londra? Mah... insamma... an san mea tant cunvént».
«Parché? L'é na gran zitè, a ciapàn n'aereo e chi s'é vésst s'é vésst!».
«Sé, mé però an so mea l'inglais! Cum faggna?».
«L'inglais l'é fàzil, at al dégg mé. Basta che te t'scòrr lant e i capéssen incósa». «Sé?».
«At al zur».
I due partono, arrivano e vanno in un ristorante. Quello che non sa l'inglese dice all'amico:
«Dai, ciama queicdón ca magnán».
L'altro, ad alta voce, sperimenta il sistema "moviola": «Ca-ma-rir (lento lento) ca - ma - rir».
Tempestivamente si presenta un cameriere e dice: «A san qué, pronti!!».
«Et vésst ch'l'ha capé?» dice il furbino all'altro.
«Alòura,me - e - al - mi - a - mig - a - vlan - dal - ta - ia - de - li!».
«Benéssum», risponde con cortesia prendendo la comanda.
Il poliglotta felsineo, in un attimo di lucidità, si rivolge al cameriere chiedendogli: «Ma ló d'in duv véinel (da dove viene)?».
«Da Casalàcc'», risponde il cameriere.
«Bé alòura, parché a cuntinuaggna a scòrrer in inglais?».

Gianguido Sacchi Morsiani
Presidente Carisbo
Il mio dialetto è quello di Massalombarda, il posto dove stanno ancora i miei, dove vado per sentirmi a casa. Da ragazzo, quando per proseguire gli studi ti dovevi spostare a Lugo o a Ravenna, il paese di provenienza era importante. Allora gli accenti e le parole facevano la differenza e così l'identità di ciascuno veniva fuori nel modo più spontaneo e naturale del mondo. Il dialetto è così, nessuno te lo insegna. Mi viene in mente quello che esclamava spazientita una anziana del paese, in romagnolo stretto, quando si andava a guardare Sanremo in tv dai vicini: «Mo se tott i scuress còma nò ch'as capèn acsé bèn (ma se tutti parlassero come noi che ci capiamo così bene)!».
Vasco Errani
Presidente della Regione Emilia-Romagna
Come tutte le lingue, anche il dialetto è sottoposto a una rapida evoluzione legata, purtroppo, ad un declino al quale non vogliamo rassegnarci.
Anche chi lo parla, oggi, spesso traducendo dall'italiano, non ritrova quasi più nella memoria le parole, le locuzioni, i modi di dire che costituiscono il carattere della parlata bolognese.
Per questo il lavoro paziente, meticoloso, di Mingardi si situa nel novero delle operazioni culturali cui ogni comunità ha in obbligo di dedicarsi di tempo in tempo: quella di raccogliere i "reperti" più significativi, in questo caso linguistici, e di offrirli alla fruizione di tutti, perché tutti possano essere aiutati a ritrovarne le tracce nella propria memoria o a rivivere atmosfere del passato e - perché no? - a riportarne in vita alcune, di quelle genuine, nel fraseggio quotidiano.
Sarebbe un bel frutto per questa operazione, se nel 2000, insieme alla carica di punti interrogativi proiettati verso le pagine tutte ancora da scrivere del terzo millennio, potessimo metterne subito alcuni esclamativi della nostra identità petroniana dietro gli auguri che ci scambieremo a capodanno.
Vittorio Prodi
Presidente della Provincia di Bologna
Parlare in dialetto? È come respirare cordialità e fantasia.
Per questo amo la "lingua" della mia città. Il dialetto è più immediato, diretto, preciso: per me è un approdo sicuro, al riparo dalla moda e dell'imbarbarimento linguistico quotidiano che sembrano gratificare la carriera degli addetti ai lavori
La nostra prospettiva è quella di vivere in una società multietnica nella quale anche l'unità linguistica nazionale sarà destinata a perdere la centralità di oggi: sembra ormai inevitabile che si debba tutti parlare e scrivere in inglese. Eppure il dialetto (lingua parlata, lingua di popolo) mantiene un suo fascino.
A me ricorda una comunità coesa ed orgogliosa: parlare bolognese era anche una dichiarazione di identità e di appartenenza.
E ancor oggi il dialetto mi richiama l'idea di una vivibilità che si è perduta con gli anni e con la giovinezza
Forse è anche per questo che amo il bolognese, anche se, forse, nessuno pensa più in dialetto.
Giorgio Guazzaloca
Sindaco di Bologna
La situazione che si va delineando in ambito europeo - nel momento in cui l'Unione europea acquisisce via via maggiori poteri nei confronti degli Stati e maggiore significato nelle coscienze dei cittadini dei paesi europei - tende tuttavia ad assomigliare più all'Europa uscita dalla sconfitta di Napoleone che all'Europa uscita dalla seconda guerra mondiale.
Spiegare a fondo tutto ciò è certamente difficile e complesso. Ma credo si possa tranquillamente affermare che nei popoli, nelle comunità regionali, nelle comunità cittadine sia tuttora ben radicato ed evidente uno spirito di appartenenza che rivendica in misura crescente l'esigenza di un suo riconoscimento.
Sul piano politico ciò comporta, a seconda dei casi e delle situazioni, la rinascita dei nazionalismi e di particolarismi spesso caratterizzati da comportamenti negativi. L'Europa dovrà tener conto di tutto ciò, per garantire, nell'Unione europea, i diritti dei nuovi Stati nei quali si è dissolta l'esistenza di Nazioni che forse artificialmente erano state costituite come unitarie.
Sotto questo profilo non può non riconoscersi che molte istanze politiche, economiche e sociali devono avere il meritato riconoscimento purché il rispetto delle nazionalità non comporti concessioni al nazionalismo o, peggio ancora, al razzismo.
Dal punto di vista culturale non è in gioco soltanto l'identità linguistica dei popoli, che merita di essere tutelata con estremo vigore, ma è in gioco l'identità culturale di quel che sono le discendenze delle antiche Municipalità del nostro paese, ricche di storia, di cultura, di arte, di positivi aspetti istituzionali.
Il riconoscimento dei dialetti, il loro studio, la loro valorizzazione è operazione di grande spessore culturale ed è espressione dell'esigenza, sempre più sentita, di un raccordo alle radici e all'essenza culturale di comunità, che hanno sempre costituito, e costituiscono ancora lo snodo fondamentale della vita politica, istituzionale e sociale del nostro paese.
Dunque, l'iniziativa di Andrea Mingardi è già di per sé estremamente positiva ed è degna di considerazione e di ringraziamento la fatica cui egli si è sottoposto per la sua città e per la sua comunità. La legittimazione a questo mio breve intervento deriva dalla consapevolezza che all'interno dell'Università di Bologna è maturata e soprattutto va maturando la consapevolezza del profondo valore e del profondo significato dello studio dei dialetti e in particolare del dialetto bolognese, espressione insostituibile della cultura, della storia e degli umori del popolo bolognese.
Il discorso potrebbe partire ancora da più lontano.
Nel momento in cui una lingua inglese semplificata, funzionale ai commerci, alle nuove tecnologie e, nella sua parte più nobile, alla scienza, tende ad unificare l'intero mondo non possiamo consentire che tutto ciò si traduca in un impoverimento della storia dell'umanità.
Le Università, dunque, debbono diventare tutrici consapevoli dell'importanza delle lingue, a partire dalle lingue europee, che caratterizzano tutte le Nazioni, anche le più piccole e le enclave che in queste Nazioni si trovano.
È un impegno culturale che non può essere rimandato pena, in taluni casi, la perdita di tesori rilevanti per la storia dell'uomo.
In questo contesto si colloca, con altrettanto significato l'ideale e con particolare forza per noi la tutela e lo studio dei dialetti e del dialetto bolognese in particolare. Iniziative in quel senso sono già in atto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia e il volume di Andrea Mingardi, per il suo carattere innovativo e divulgativo, potrà rappresentare un elemento di supporto.
Fabio Roversi Monaco
Magnifico Rettore dell'Università di Bologna

Quando, di tanto in tanto, qualcuno promuove un'iniziativa a favore del dialetto, cattura sempre il mio interesse e riceve il mio plauso sincero e convinto. Ringrazio, perciò, Andrea Mingardi per avermi benevolmente coinvolto in un progetto editoriale tendente a ravvivare la memoria storica dei petroniani, attraverso un originale recupero dei valori culturali soggiacenti alla tradizione dialettale bolognese.
Debbo, anzitutto, confessare che la "dolce decadenza" di questa variegata parlata locale mi preoccupa, perché rischia di compromettere uno dei fattori primari del codice genetico della "bolognesità", sempre più "colonizzata" dalla cultura anglosassone che, in nome di un sapere "nuovo e globalizzato", tende a soffocare uno dei tratti caratteristici dell'identità locale.
Rincresce dover constatare che uno degli elementi che maggiormente stimolano il senso di appartenenza alla "Nazione" bolognese e contribuiscono ad alimentare le radici culturali del nostro tessuto sociale, sia stato pian piano e acriticamente emarginato fino quasi a scomparire, trovando rifugio solo in alcune anguste nicchie di "resistenza", sempre più rare ed isolate.
Nell'ambito di questa rincorsa all'esotico, al planetario, al nuovo fine a se stesso, mi iscrivo fra coloro che - per quanto possibile - difendono con forza l'utilizzo del dialetto, facendone uso discreto anche nel contesto dell'omelia liturgica per rendere comprensibile e familiare la Parola di Dio. Questa prassi, infatti, si innesta in una tradizione catechetica che ha sempre visto i parroci bolognesi fare un largo uso dell'idioma del volgo, per trasmettere, in presa diretta, alle nuove generazioni, gli elementi essenziali della dottrina cristiana, strettamente connessi con i valori autentici della "bolognesità".
L'identità petroniana viene da lontano e non può essere mortificata o addirittura sacrificata da una invadente "koinè trans-nazionale" che ha certamente i suoi aspetti positivi e irrinunciabili, ma è spesso accompagnata da un linguaggio senza valori e senza radici, privo di grammatica e di sintassi, al di là di ogni costruzione logica e, di conseguenza, senza prospettiva progettuale.
L'uso mirato del dialetto bolognese e le iniziative che ne ravvivano la memoria, acquistano, pertanto, un alto valore simbolico e si presentano, perciò, come una simpatica strategia per mantenere vivo e attivo uno dei tratti essenziali "dell'anima" della nostra gente: la capacità, cioè, di fare sintesi tra passato, presente e futuro.
In questa prospettiva, la tradizione cattolica bolognese, mio tramite, tifa per il dialetto, perché conduce, tra l'altro, alla riscoperta della secolare tradizione degli "Addobbi", l'evento tutto nostrano, sbocciato attorno all'Eucaristia, che ha contribuito in modo determinante a dare consistenza e vitalità, nei secoli, al tessuto urbano e sociale della nostra terra.
In questo contesto celebrativo, ricco di contenuti, di gioia e di autentica "festa", il dialetto ha svolto un ruolo fondamentale nel coltivare il rapporto tra fede e vita, contemplazione e azione, verità e libertà, tradizione e innovazione, avendo come alleati i sapori tipici della nostra terra: al tajadèl, i turtlèn, la tâurta ed rîs, la murtadèla, la brazadèla, sotto il benevolo sguardo "dla Madôna ed S. Lócca".
Mons. Ernesto Vecchi
Vescovo Ausiliare di Bologna
Caro Andrea, ti segnalo non un proverbio e nemmeno un modo di dire bensì una storiella su Giorgio Morandi pressoché inedita, riferita a suo tempo da Francesco Arcangeli, quindi, certamente attendibile. Pare che Giorgio Morandi "tifoso del Bologna", quando andava allo stadio per la partita domenicale, esprimesse in modo del tutto personale la sua disapprovazione agli errori della squadra del cuore. Sembra infatti che dagli spalti, con tono costernato e con la sua inflessione tipicamente petroniana, a volte commentasse:
"Viva il Bologna ma in... ssserie... B"

… "Benessum", come titola il tuo libro.

Questa segnalazione in rossoblù ti giunge direttamente con i colori dell'Accademia insieme ai miei auguri e saluti migliori.
Vittorio Mascalchi
Direttore dell'Accademia di Belle Arti di Bologna

Tenacissimo Mingardi. Complimenti per esserci riuscito. Con l'aiuto di altri, ma fondamentalmente perché animato da una convinzione autentica. Forse una scommessa con se stesso. Dico: riuscito a portare a buon fine l'intenzione da tempo maturata di dare alle stampe un libro così. Al quale partecipo, non so con quale titolo. Certamente coinvolto dai discorsi scambiati, qua e là, durante i nostri disordinati incontri. Impigliato in essi per qualche ragione che ha a che vedere non solo col mio attuale impegno, ma in qualche modo con una riflessione il cui senso vorrei adesso provare ad affidare a questa pagina.
La premessa. Siamo oggi tutti compresi entro due dimensioni tra loro apparentemente contraddittorie. Da una parte il globale, dall'altra il locale. Del primo aspetto si parla con sin troppa insistenza. Per certi versi è inevitabile: si rompono i confini con effetti di mescolanza delle culture e delle esperienze. È la direzione di marcia a cui tutti, a diverso titolo e con diverse motivazioni, consapevoli o inconsapevoli, partecipiamo. Il mare magnum del mondo. Con Internet, i voli intercontinentali, i mercati finanziari, la dimensione planetaria dell'economia e del lavoro.
Accanto a ciò, però, non bisognerebbe dimenticare la prospettiva delle origini. Entriamo nella Rete, ma prima o poi torniamo a casa. Anzi ci siamo sempre, perché le radici più forti sono quelle che ci accompagnano come in una piccola patria degli affetti. A partire dalla lingua materna, con le sue sfumature, emotive e affettive, tratte nel vivo del contatto con chi ci è stato e tuttora ci è, vicino. Comprese quelle dialettali e gergali.
Ancora. Se nella Rete rischiamo di perderci, nei Luoghi ci ritroviamo. Però attenzione: non dobbiamo adagiarci né sulla prima, né cullarci solo sui secondi. Dobbiamo continuamente stare tra i due ambiti. In un movimento incessante, per dir così, di andata e ritorno. Nell'intermezzo si forma la nostra esperienza, in una sintesi sempre mobile e aperta verso nuovi cambiamenti.
E dunque. Avanti col mondo, ma attenti a non perdere del tutto il legame con le Radici. L'attaccamento alle identità locali non necessariamente è "provinciale". Il collegamento con l'essere della lingua infantile e primigenia non necessariamente è regressione. C'è un reticolo di localismi positivi, così come è un conforto ricorrere talvolta, per esprimersi, a certe espressioni, a certi giri di frasi, che sembrano venire dall'ovvietà di qualcosa che fa parte di noi, della nostra storia, della nostra identità. Vi è una dimensione profonda della parola che dal dialetto viene esaltata nelle sue forme spontanee, connesse ad un determinato contesto, consonanti con un determinato luogo e che l'espressione gergale rende ancora più vivida e pregnante.
In conclusione, non si tratta di nostalgia, o meglio, non solo. Semmai è bene sapere che le tradizioni fertili sono capaci di svilupparsi, rinnovandosi, assumendo qualcosa dello spirito del tempo e del contesto in cui si esprimono. A me pare che questo tentativo di Andrea Mingardi, senza pretese di tipo scientifico, sia l'eloquente testimonianza di una sensibilità. Sia un modo per richiamare l'attenzione di noi tutti su ciò che siamo in relazione alla lingua che talvolta ci capita di parlare senza rendercene ben conto.
Marco Macciantelli
Assessore alla Cultura della Provincia di Bologna

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