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Questo
scritto non è l'apologia della parolaccia fine a se stessa, fatta
con l'unico scopo di smuovere un sorriso beota e complice.Non è nemmeno una nebbiolina sparsa ad arte su sintassi e grammatica, per poter issare una bandiera bianca sulla quale campeggi: pari tutto, anche tredici. Non è neanche un tentativo populistico di portare dalla parte di chi scrive quell'universo di non lettori che si specchierebbe in un agglomerato di strafalcioni e camminerebbe disinvolto su campi minati da "consecutio" impossibili e prive di qualsiasi senso tattico. Mi sono trovato ad un bivio ed ho scelto una strada. La meno facile, ritengo. La strada che scelse, pur strenuamente osteggiata, Carolina Cornedi Berti nel 1869. Ripensando a tutti coloro che si sono cimentati in scritti, colti o meno, popolari e maccheronici, me la sarei potuta cavare con atti censori o precisazioni sintattiche. In certi casi, per stare dalla parte dei bottoni, è salutare prendere le distanze. Quindi la redazione avrebbe potuto avere i seguenti connotati: Va ban a fer dal p…, l'ha pió c… che anma o, invece di "stasti" e, "si possiamo vedersi" (noi), tra parentesi "stessi" e "ci possiamo vedere". Noterete addirittura, scritture diverse per la stessa parola: Va ban e va bà, còulp ed bechisia o becchisia. Doppie o non doppie? Purga o verità? In questi anni il mio registratore ha fermato su nastro la gente che parla. La stessa, si sa spiegare e vuole comunicare sentendosi a proprio agio, attraverso percorsi collaudati come vecchie cavedagne. Non sto parlando solo di ceti medio-bassi con livello scolare limitato. Mi riferisco ad una miriade di persone, che, a seconda del luogo o della situazione in cui si trovano, cambiano i codici del linguaggio. Non solo per adattarlo "ruffianamente" al consesso, ma perché, disponendo di variegati sistemi di contatto, scelgono per istinto quello più adatto al momento. Parliamo quindi di "modo" bolognese. I politici e gli uomini di cultura che avranno la benevolenza di sfogliare questo tomo, sappiano che, nei protagonisti di un Neorealismo bolognese, nelle invettive, nella sconclusionata formazione di frasi sgrammaticate, c'è una verità che mai è stata raccolta per offendere o racimolare beceri consensi. Non a caso ho parlato di Neorealismo. Dopo sequele di pellicole catalogate nel genere "telefoni bianchi", scimmiottanti il cinema americano anni Trenta-Quaranta, dopo tragedie, tregende storiche, drammi passionali in cui pascolavano "figli di nessuno", "incatenati" a "segreti" da moderna telenovela, è arrivato il momento in cui il cinema ha raccontato la gente. ![]() Com'è: brutta, sporca, cattiva, ignorante e attraversata da quella straordinaria e imprescindibile luce che è l'anima terrena in tutte le sue sfaccettature più scoperte, tenere e animali. Il grande spettacolo è la gente. Quello che dice e non vuole dire e, in questo caso, come lo dice. Papale papale. Se negli anni Cinquanta-Sessanta c'era la "Seicento", tradirei i contemporanei raccontando solo di "Rolls-roice". Alcuni storici hanno codificato un teorema che perfettamente si attaglia a questa ricerca da solfanaio. Le lingue parlate, consumate come certi pantaloni lisi, mai sono state accolte in scritti mentre venivano masticate, salivate, barattate nei discorsi di ogni giorno. Gli editori prestavano soltanto attenzione a saggi colti, e dovevano passare decenni perché le espressioni popolari fossero accettate, fermate su una carta nobile e gratificate di una stampa. Non è sicuramente colpa mia se molti amano comunicare fottendosene del "bon ton" o della sintassi. Sono un semplice cronista e questa premessa mi serve per dire e dirmi che quel 15% di beceraggine, manco ho dovuto adoperare il lanternino per trovarla. È lì, viva e vegeta, mai fotografata e pubblicata sui giornali dei "vips". Mai degnata, come la scarsa avvenenza dell'esercito dei brutti (la maggioranza), di una qualsiasi attenzione. Una
beceraggine che fa tenerezza, veniale ed evocativa. Non è questo
un libercolo spiritoso da regalo natalizio tipo "Le storielle grasse
dei petroniani" oppure "Mille invettive nel ventesimo secolo".Sono le voci della gente comune, come me, come voi, che tengono in vita questo vocabolario clandestino e lo fanno camminare sotto ai portici, dentro le vostre automobili o in piazza. Siamo meno ignoranti di cento anni fa, ma forse meno colti. Ringrazio anticipatamente tutti coloro che avranno avuto voglia di trovare, in questo lavoro, il desiderio di fermare un fotogramma del film che stiamo vivendo, senza avere la presunzione di rappresentare tutto e tutti. Siamo un paesone che non si regge né sui congiuntivi né su Kafka. Ogni tanto qualche caduta di stile può far bene alla circolazione. La mutazione genetica in corso nei comportamenti e nella psicologia delle generazioni, l'avanzare della tecnologia, la separazione "stagna" tra vecchi e giovani, è diventata la caratteristica predominante delle società occidentali, con il conseguente indebolirsi del processo di trasmissione della memoria storica e dell'identità sia individuale che di gruppo. Essendo la mia una posizione ibrida, non scrittore, non filologo, ma musicista a cavallo di varie generazioni, assumo, non per merito, ma per stato, un ruolo comunicativo trasversale. Inconsapevolmente ne viene fuori una posizione che si colloca tra chi, volendo conservare e catalogare, tutela in qualche modo i resti di un passato storico e colui che, non avendo mandati cattedratici, concentra la maggior parte dell'energia nella divulgazione. Tutto ciò che non è più alla moda o moderno viene incenerito con cinismo e intenti consumistici e sono sempre meno coloro che, nonni ruspanti, hanno voglia di raccontare una favola che comincia con: "c'era una volta Frank Zappa". Questa rivendicazione di supposta libertà giovanile, che appariva come un legittimo atto di autodeterminazione, adesso la trovo rinsecchita nel suo stesso sterile proponimento: "Lasciateci liberi e in pace. Il nostro futuro è cosa nostra". Ora, alla luce delle asfittiche prospettive filosofiche, appare più come la voglia di correre verso il successo con la propria velocità e senza una radice. Un
modo di vedere crudele, spartano e sicuramente poco spirituale.La ricerca del nuovo per il nuovo, senza tener conto di ciò che è più importante del nuovo di pacca, produce rifiuti di plastica, chimici, depauperamento del patrimonio genetico, naturalistico e faunistico. Il sodalizio con la natura, siglato circa trent'anni fa è considerato obsoleto e la tecnologia sta vincendo su tutti i fronti. Così il "lasciateci in pace" non è risultato essere una richiesta di libertà ma una affermazione di egoismo contro tutto e tutti. Viviamo l'era dell'apparenza con il livello più basso di consapevolezza, autocritica e ironia. Se però analizziamo l'età media dell'uomo e, con le dovute dissolvenze incrociate, ritorniamo indietro di cinque-sei generazioni, ci accorgiamo che non siamo tanto lontani da un passato ultra secolare. Non siamo poi così diversi e stranieri "da noi". Sono solo i mass-media e il mercato che hanno interesse a consolidare il concetto che la vita è incominciata questa mattina. Prendete un focolare, rappresentanti di generazioni diverse e considerate questo scritto come il racconto di qualche nonno trasversale e "incontinente". In fondo siamo tutti nipoti e nonni contemporaneamente. Se non vi piace il libro buttatelo nel focolare, spegnete "l'avo" e accendete la TV. Andrea Mingardi |
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