«... pronto,... Pietro? Ciao, scusa il disturbo. Vorrei chiederti un intervento in "zona Cesarini". Ho dato una mano ad Andrea Mingardi per il suo libro sul dialetto bolognese ormai in fase di stampa; siamo quasi sfiniti, a sàn stlè...».
«Stlè, hai detto? E che vuol dire? Lo sai che sono un bolognese d'adozione, svizzero militante, e un po' etrusco perché sono nato in Toscana; mica lo capisco tutto, il bolognese...».
«Stlè... stelaiato, disfatto, senza più struttura portante; sai, si dice infatti a sàn stoff stlè, stanco da non reggermi, o anche mèghèr stlè, magro, anzi magrissimo, come un Giacometti della bellissima mostra che stai curando, lo scultore struggente che entrambi amiamo, se mi permetti una piccola ironia fra professionisti dell'arte...».
«Ah sì! Questo significa... beh, allora ti posso dire che mia madre, toscana d.o.c., prima di lasciarci appuntava pazientemente su dei quaderni i detti toscani che, secondo lei, dopo la morte della generazione a cui apparteneva, si sarebbero smarriti nell'oblio, definitivamente. Dopo anni dalla sua scomparsa, comincio ad avere il coraggio di leggere quei suoi appunti; per inciso, debbo anche dire che scriveva benissimo. Tra le altre espressioni che ho trovate, tante e straordinarie, una riguarda proprio Giacometti; no, voglio dire le persone magre, filiformi - i tuoi stlé bolognesi - insomma quelle che portano a spasso le loro ossa e poco più. In Toscana (forse solo nel Pistoiese) si dice: «Gli é così magro, che dee passar du' volte per far ombra!». Qui si passa da Giacometti al Surrealismo..., ti pare?».
«Sì, bellissimo; ma, a parte l'affasciante analogia di significato in espressioni così diverse, tu - da sociologo votato all' arte - mi puoi dire, che so, quali colori hanno bolognese e toscano, o quali forme, e se esiste, in questa chiave, un loro rapporto dialettico?».
«Continuiamo con la storia dell' arte. Il bolognese mi ricorda le sinuosità un po' scivolose e tortuose dello Jugendstil; il toscano, dio bonino, gli è cubista, pesante, angoloso, terragnolo. Il bolognese mi ha sempre dato l' impressione di un linguaggio - come dire ? - un po' stracotto; il toscano è al dente...».
«Pietro, etrusco di Svizzera, toscobolognese o bolotoscano, qual'è il tuo rapporto con il dialetto: da professore universitario, da comune essere umano...?».
«Io sono pazzo dei dialetti, mi piacciono moltissimo; e anche se non credo che possano essere difesi, se non artificiosamente, bisogna fare in modo che non si svuotino di vita e di memorie.
I dialetti sono anche la voce di una certa nostalgia, non necessariamente di uno spirito passatista. Noi abbiamo bisogno di nostalgia; ne abbiamo bisogno come dei computers; certamente di più delle macchine e dei motorini».
«Ciao Pietro, grazie...».
al telefono
Pietro Bellasi
Docente di Sociologia all'Università di Bologna
(e Adriano Baccilieri)
Amo il dialetto bolognese. Lo conosco abbastanza bene e lo parlo appena posso. In più, la padrona di casa dell'appartamento in cui hanno sempre vissuto i miei genitori, era Zelinda Galli, la figlia dell'inventore della maschera di Sganapino oltre che illustre commediografo dialettale Augusto Galli. La Zelinda, prima donna laureata in ingegneria nella storia d'Italia, parlava un bolognese incantevole, aristocratico, melodioso: niente a che sentire con la cadenza greve ormai invalsa. Naturalmente, purtroppo, il mio bolognese è di questo secondo tipo e molto più povero della ricchezza grammaticale e lessicale del bolognese della Zelinda. La Zelinda, ad esempio, diceva «Quando andon a chesa» non «Quand a san andè a cà» e via di questo sofisticato passo. Non ho più sentito nessuno, salvo Luigi Lepri, parlare il bolognese con quella competenza, anche se le sonorità di Lepri sono comunque meno armoniose di quelle della Zelinda. Nonostante io lo scriva male, il bolognese, anzi non lo sappia scrivere affatto, mi sono spesso divertito a tradurre brani di opere classiche in bolognese. Qualche lettera di Seneca a Lucilio, qualche poesia di Eliot o di Rilke. Ad esempio, nella prima lettera, quando Seneca comincia con «Ita fac mi Lucili» non viene bene «Fà mo pulìd, Lucilio?». Oppure più avanti «Persuade tibi sic esse ut scribo» ho tradotto «Dà mant a mé, l'é cum at dégg mé». Ancora da "The Wasteland" di Eliot "Phlebas the phenician, a fortnight dead" risulta «Flibas al libanais, mórt da quéng' dé» o ancora in Eliot: «In the room the women come and go/Talking of Michelangelo» ho dovuto, per mantenere la rima, tradurre così: «Ind la stanzia al dòn i van e i véinen/e i scòrren ed Benvenuto Cellén». Il bolognese spesso è più duttile dell'italiano, traducendo dal latino o dall'inglese, e anche dal tedesco, per via delle consonanti terminali.
Infine, per puro sfizio, vorrei citare un'espressione del bolognese che mi delizia e cioè «ai è la diffaranza dal dòppi» che si usa per sottolineare un enorme scarto di qualità. La cosa meravigliosa è che questa espressione la si usa anche per comparare cose eterogenee dove non si capisce l'unità di misura di cui sarebbe il doppio qualcosa. Ho sentito dire una volta in Piazza Maggiore: «Vut mètter al pian dal tràfic con Togliatti? Ai è la diffaranza dal dòppi». Per non rinunciare a queste delizie dovremmo coltivarlo, questo dialetto, perché comunque fra parlare il bolognese e leggere Alberoni «ai è la diffaranza dal dòppi».
Stefano Bonaga
Docente di Filosofia all'Università di Bologna
Quando ho cominciato a giocare in prima squadra mi rilassavo prima della partita ascoltando una trasmissione dialettale molto seguita chiamata "Al Pavajan". Tra i vari personaggi pittoreschi che arricchivano la trasmissione, il più divertente era il barbiere che nei momenti di pausa cercava di istruire il suo garzone in modo ruspante. Ricordo quando cercava di far capire al ragazzo come Newton avesse scoperto la legge di gravità. Il titolare gli chiese cosa pensò lo studioso seduto sotto un albero mentre cadeva una pera. La risposta fu: "L'é mèrza".
Il mio rapporto con il dialetto è sempre stato forte e intenso. È bello sentirlo intervallato da frasi in italiano maccheronico sia parlato dalla gente comune come cantato o recitato a teatro.
Il mio carissimo amico Giulio Cesare Turrini mi recitava una settimana sì e una no la "Flavia", ammiccando quando il vigile sorprendeva il ragazzo che insidiava la signora dicendogli: «Bravo, bravo ti ho ciapato giovinotto scapestrato che mostravi alla signora un pez d'oca ch'la fa pora».
Giorgio Comaschi, invece, veniva da me martoriato nelle serate musicali fra amici perché volevo sempre ascoltare "Bòurg S. Pir, Pradèl...".
In questo momento difficile per la nostra città è sempre più raro sentire parlare in dialetto, perciò ho una proposta da fare: metterlo come materia facoltativa due ore alla settimana nelle scuole. Solo così i giovani potranno rendersi conto della singolarità del modo di pensare e dell'arguzia che i nostri vecchi ci hanno tramandato.
Giacomo Bulgarelli
Giocatore del Bologna FC 1909
dal 1958/59 al 1974/75
Quando ero piccolo il nonno mi portava sempre a comprare le mistocchine da un omino che aveva il banchetto vicino alla chiesa di San Francesco. Si salutavano, mio nonno ordinava e, mentre io mangiavo quella squisita "tigella" di farina di castagne che ora nessuno fa più, loro due chiacchieravano. Sarò sincero: capivo una parola su dieci perché parlavano in dialetto e io il dialetto lo sentivo di rado a casa perché mio padre lo usava solo quand'era arrabbiato. Parlavano, il nonno e l'omino, un dialetto fitto, colorito, condito da risate e finte minacce. Di quei minuti passati a fianco della piastra rovente, ricordo i suoni e i sapori. Suoni di casa, di una lingua quasi persa. Dico lingua e non dialetto perché da profano penso che il bolognese sia qualcosa di più di un accento: è una costruzione, un periodare; insomma, una lingua vera e propria. Cosa ne resta oggi? Poco, credo, troppo poco. Perché il dialetto, almeno qui da noi, non è chic. Forse perché nei film all'italiana degli anni '60 e '70, tutte le signorine allegre avevano l'accento bolognese come le domestiche quello veneto. Ora i veneti sono diventati ricchi, hanno il cameriere filippino e il loro accento è "di tendenza". Le nostre donne, invece, sono allegre come prima e come le altre, ma il dialetto bolognese è ancora risentito da molti come qualcosa da nascondere. È per questo che il bolognese che va in tv è riconoscibile da quel sibilo da serpente a sonagli che esce dalla sua bocca quando vuole camuffare la «s» di casa. Non è il caso di Mingardi, ovviamente, e neanche il mio. Per questo dico: bravo Andrea, sventola la nostra bandiera. Anche con la "esse".
Gabriele Canè
Direttore de "Il Resto del Carlino"
Dialetto dell'Anima.
Pur essendo cresciuto con i nonni, pur ascoltando le canzoni dialettali di Andrea Mingardi, non mi capita spesso di parlare in dialetto bolognese.
Mi capita, invece, di usare un italiano che è figlio del dialetto bolognese e questa è la cosa che, quando sono lontano da Bologna piace e rende simpatico alla gente il mio modo di parlare.
Tutto questo è finito anche nelle mie canzoni, sia come "linguaggio" che come "suono". Particolarmente evidenti sono le "zeta" e le "esse" (che non voglio correggere) che, inconsapevolmente prima e consapevolmente poi, hanno caratterizzato la mia comunicazione. Ma credo che ci sia qualcosa di più profondo del "linguaggio" e del "suono", c'è soprattutto un "dialetto dell'anima", un modo di sentire e vedere la vita e anche di raccontarla che è solo di chi è nato e cresciuto a Bologna.
Luca Carboni
Cantautore
Il dialetto, rispetto alla lingua ufficiale, che con Manzoni ha risciacquato i suoi panni in Arno, possiede una sua anima plebea, che gli conferisce una insostituibile saporosità fonetica. Per esempio, provate a raccontare in italiano e in bolognese la conversazione dei due pescatori sordi che s'incontrano. In italiano tutto scivola in un clima un po' asettico e da teatro dell'assurdo. «Vai a pescare?», «No, vado a pescare», «Ah, credevo tu andassi a pescare». Traducete, ora, in bolognese: «Vet a pass?», «No, a vag a pass», «Ah, am cardeva t'andess a pass». Volete mettere? Tra l'altro, il dialetto, quando si sposta nell'area dell'osceno, porta la sua saporosità al limite e succede così, in maniera paradossale, che l'umorismo riscatti l'impudicizia. Non si possono avere dubbi che il dialetto a Bologna abbia, per dir così, una sua parola d'ordine. Quale? Ve lo dico subito: alcuni anni fa, lungo una strada della Francia, presso Colmar, una Renault targata Parigi mi stava sorpassando. Il guidatore, o chi con lui, doveva aver letto la targa BO della mia automobile, e aveva l'intenzione di mandarmi il messaggio di una sua conoscenza profonda di Bologna o forse di una comune cittadinanza. Ricordo il clacson, la mano sporta per dir ciao dal finestrino e il vento che mi portava una sola parola "Sócc'mel".
Giorgio Celli
Divulgatore scientifico
Caratesócc'mel. Scendevo dai colli dell'Osservanza da studentino fighettino del Liceo Galvani e a Porta S. Mamolo, alla baracchina Bonazzi (ribattezzata Boccazzi da noi monelli) ci si ritrovava noi tutti. C'erano i bastardini di Viale Aldini (piccola borghesia), c'era la jeunesse ouvrière di Mirasole e del Falcone, mentre Andrea Mingardi mi risulta che bazzicasse il bar Panoramica lì nei dintorni. Il linguaggio ovvero la Pasoliniana Koiné? Dialetto, traduzione dal dialetto e gergo, figuriamoci, quel gergo che ci ha sempre sorretto e tuttora ci sorregge perché già allora si diceva sfigato e "brot busunaz", come oggidì o no? Poi con il tempo mi sono "riscattato" dal dialetto dei nonni e anche dalla tradizione e traduzione perché, fateci caso, quasi tutti parlano un dialetto più o meno compiutamente italianizzato, tipo "ho visto per la televisione (par la television)" e la "ciccolata (ciculé)" e "quel rompamarone (rompamaron)" e insomma, non tutti come Gazzoni hanno studiato a Oxford (come dice lui "merciandaising", non lo dice nessuno); tutti invece dicevano che avevano una gran "cavièra" e mica il bulbo lungo. Mi sono "riscattato" dicevo - ma ogni tanto ci ricasco: anche in TV mi piace da morire dire "brisa" perché rende l'idea. E poi ascoltate questa. Anni Sessanta. Nicola Arigliano seduceva con le sue canzoni "Amorevole" e "Ai sing amore" e una sera venne al Palasport per via del Festival del Jazz e l'ex azzurro medagliatissimo, già sui settanta, cavalier Filippo Giuli dopo 3 canzoni in americano gridò dalla prima fila di platea «Arigliano, Amorevole!». E lui «A gentil richiesta My funny Valentine». Dopodiché ancora Giuli «Arigliano, Amorevole!». E lui «A gentile richiesta, The lady is a tramp». Ecco, in quel preciso momento eccheggiò un «Caro te sócc'mel» e il Cavalier Filippo Giuli - indignato - abbandonò la postazione. C'ero anche io quella sera. Arigliano era bravissimo, però caratesócc'mel, ancor oggi concordo con lui.
Gianfranco Civolani
Editorialista
"At salut!". "Ciao pataca". Non posso farne a meno, anche quando sono… all'estero. Ad esempio a Roma, mia terza patria. E mi capiscono. E sorridono. Con la comprensione simpatizzante di chi ha dorato l'esilio del Grande Riminese dell'Amarcord (sapete che quando il "Carlino" dette la primizia di quel titolo qualcuno disse che "Amarcord" era un misterioso anagramma o una segreta formula araba? Che pataca!).
Non saprei fare a meno del mio dialetto bastardo, un po' romagnese, un po' marchignolo, un po' bolognano. Me lo porto addosso come una bandierina che m'identifica più della esse sibilante: "È di lì", dicono quando mi sentono. "Di lì", una zona aperta, grande, intelligente; una terra appassionata, scanzonata. Proprio come questa lingua che trasmette fuochi e languori (donne e motori?) tanto che se ci fate caso il sesso detto così, con le nostre parole, è più allegro.
Lingua di nostalgia, compagna d'una vita, fin da quando ero un gazot, un passerotto; poi un burdèl; poi un berr da spiaza… Lingua di mondo. Ciao, arrivederci, asvdagna. Dasvidania.
Italo Cucci
Codirettore de "Il Resto del Carlino", "La Nazione", "Il Giorno"

Crollano i valori, le ideologie svaniscono, le arti, preda delle mode, languono.
A noi bolognesi, non resta che aggrapparci al dialetto:
«Bus dal cul aiutum!»
Pirro Cuniberti
Pittore
Vivo a Bologna dal 1954. Qui mi sono laureato, mi sono sposato e sono diventato padre. Ma il dialetto non l'ho imparato. Eppure è parente prossimo del parmigiano. Ma è un parente più rotondo, anzi opulento, e più allegro. La prima espressione che mi ha messo di buon umore è stata: "Ban, mo dabàn". A Parma si taglia corto: "Da bón" con una "o" chiusa, tetra. "Ban, mo dabàn" mi sembrò la giuliva capriola di un clown.
Anche il leggendario "di ban só, fantèsma" era gentile e musicale. Dalle mie parti si spara un secco: "Cò dit". Amo la mia città natale, ma il suo dialetto no: ha un suono sguaiato e plebeo. Mi serve solo quando incontro in giro per il mondo qualche concittadino e allora ce la mettiamo tutta per una rimpatriata lessicale.
Ho imparato il francese a scuola, un po' d'inglese con i dischi, ma il bolognese, tranne qualche strofa che ho mandato a mente, non mi entra nella zucca. Quando sono fra amici di Bologna, tento di adeguarmi, ma faccio pena. Qualcuno prima o poi mi dice: "As capéss che t'i d'Pèrma (forse non si scrive così. Bocciato in orale e scritto)".
Luca Goldoni
Scrittore

«Spàzet la bòcca!» disse la lattaia a sua sorella, davanti a noi cinque o sei studenti fuori sede, provenienti chi dalla Sicilia chi dalla Lombardia, che stavamo tutti assieme facendo colazione a base di piade e crescentine. Noi avevamo la bocca piena di cibo, ma era roba da ridere rispetto alla pienezza espressiva della bocca della lattaia, aperta in tutte quelle "a" miste a "e" che rendevano in modo mimico-musicale inarrivabile il senso di una bocca che ha goduto sguaiatamente fino a poco prima e che adesso deve fare ammenda, deve essere pulita e ricomposta.
Da allora "spàzet la bòcca", pulisciti la bocca, è diventato un tormentone del nostro appartamento di fuori sede...
«Aiò dou pulpatt...» ha detto mia suocera, la prima volta che sono andato a casa sua a pranzo, e così schernendosi è uscita dalla cucina con un enorme vassoio pieno di polpette, friggione, semolino fritto. "Dou pulpatt", due polpette. Un frasina che contiene in sè, a livello onomatopeico, linguistico, sonoro, simbolico, il sapore stesso delle polpette.
Non sono bolognese DOC, sono nato in Lombardia. Però, a 18 anni, ho scelto Bologna, ho voluto abitarci, ho fatto un mutuo per comprarci una casa. Adesso che i tantissimi e gravi difetti di questa città mi spingerebbero quasi ad andarmene, uno dei motivi - forse il principale - che mi tiene qui è il suono della sua lingua. Non tanto del dialetto puro, ammesso che esista ancora, e nemmeno della cadenza, ma proprio dei modi di dire che, come si sa, son modi di pensare.
«Cos'è tutto questo malippo? Hai portato del suglio in casa! Sei un sunzrone!» ha detto una volta mia suocera a mio suocero. Suglio per "fango" credo che appartenga alla tradizione normale, ma malippo per "casino" e sunzrone per "bisunto-sporcaccione" credo che stiano a testimoniare la flessibilità di una lingua che ancora permette invenzioni individuali e performance quasi poetiche!
«Se non la smetti di farmi scadorino ti dò uno smataflone!», dice Syusy (mia moglie) a Zoe (mia figlia). Se dicesse "se non la smetti di fare il solletico ti mollo un ceffone", direbbe una cosa brutta e cattiva. Lo smataflone, parola che sa di mattarello della nonna o delle legnate per finta di Sganapino, è una cosa immensamente più ironica, giocosa. Qualche mese fa stavamo per trasferirci a Roma: siamo rimasti a Bologna perchè non riusciamo ad immaginare una Zoe che non parli bolognese, almeno un po'.
Patrizio Roversi
Giornalista e conduttore televisivo

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